“Il blues del ragazzo bianco”, poesia e sparatorie nei ghetti di Los Angeles

“Il blues del ragazzo bianco” Paul Beatty

 

IN DUE PAROLE
Anni Novanta, Los Angeles, il caso Rodney King, il basket, la poesia, la musica, essere neri. Per tutta la lettura mi ha accompagnata la frase: “Essere nero significa portare per tutta la vita un paio di scarpe troppo strette“. Non ricordo l’autore, l’ho cercato ma il web non mi è stato d’aiuto. Sentirsi a disagio sempre?

“Mi intristiva vedere noi negri attraversare goffamente i corridoi, una fila di conga impegnata in un’autoparodia burlesca, tutti che recitavamo la nostra personalità quotidiana secondo le aspettative della società bianca”

AL CENTRO
Gunnar Kaufman è un ragazzo di colore (la parola negro non riesco a scriverla anche se nel libro è ripetuta ad ogni pagina) è molto intelligente, scopre per caso di essere un ottimo giocatore di basket e grazie alla sua sensibilità, superiore alla media, scrive poesie intense e agrodolci

“Mi venne in mente che forse le poesie sono come i raffreddori. Forse avrei sentito arrivare una poesia. Avrei percepito un peso sul petto e mi sarebbero venuti gli occhi lucidi e la febbre, e alla fine un fischio nelle orecchie avrebbe annunciato il profilarsi di versi eterni”

E’ molto autoironico, di fronte alle situazioni più estreme reagisce con una battuta oppure prendendo decisioni al limite del buon senso. E’ nero e questo colore gli chiuderà tante porte per aprirne altre inaspettate

DOVE
L’esistenza di Gunnar viene completamente stravolta quando dalla vita soleggiata e tranquilla di Santa Monica si trasferisce a Hillside, Los Angeles, da nero divertente tra i bianchi, a nero qualunque tra i neri

“Tra i miei ricordi più antichi, c’è la sensazione fisica del tepore rassicurante e senza tempo dei venti di Santa Ana, che mi accarezzavano mentre mi aggiravo per le strade fiancheggiate di palme di Santa Monica. Io e i ragazzi bianchi, compagni di segreti e di gomme da masticare

Dal surf alle sparatorie

“Hillside più che una comunità è una cava di case a stucco incastrate nel fianco della collina. Alla fine degli anni Sessanta, dopo disordini sanguinosi, il Comune decise di lastricare il fianco della montagna che costeggiava il quartiere: in questo modo circondò la comunità con una grande parete di cemento ininterrotta ed inattaccabile. Latinos, asiatici e negri duri come rocce che, a causa dell’immensità del muro, possono godersi soltanto 15 minuti di preziosa luce solare d’estate”

Come si sopravvive alla vita del ghetto? Cosa ti succede quando incontri un poliziotto? Come si fa ad entrare in una gang? Più che il dove, in questo libro viene descritto il come

 

COLONNA SONORA
Nick Scoby è il miglior amico di Gunnar ed è lui a portare nelle pagine e nella vita del protagonista la musica

“Ho in progetto di ascoltare tutto quello che è stato registrato prima del 1975 in ordine alfabetico. Niente capibanda bianchi e assistenti fighi. Niente falsa merda africana da ritorno alla foresta post 1965”

Il passare del tempo viene scandito dall’artista che ascolta Scoby in quel momento. Segue tutto l’alfabeto e si ferma a Sara Vaughan, considerata un’esponente di spicco del bebop. Nato a New York negli anni Quaranta come reazione allo swing, considerato troppo commerciale, il bebop è caratterizzato da ritmi intricati, melodie tortuose, armonie ardite. Tra gli artisti più conosciuti, che sono anche i miei preferiti del genere: Dizzie Gillespie, Charlie Parker e Theolonius Monk. Cercateli, ascoltateli, fatemi sapere

 

VE LO CONSIGLIO
Sì ma non a tutti. Il romanzo è davvero ben scritto e restituisce uno spaccato intenso della società americana. In alcuni passaggi è profondamente crudo, in altri terribilmente spassoso.
Leggere questo libro potrebbe portarvi a riflettere sulle diversità, sul colore della pelle, sulle origini dell’odio. E arrivati all’ultima pagina potreste ritrovarvi a guardare le cose da una nuova prospettiva.

Rodney King era un tassista afroamericano vittima, nel 1991, di un violento pestaggio ad opera di alcuni poliziotti di Los Angeles. Il pestaggio venne ripreso e mostrato su tutti i canali televisivi scuotendo l’opinione pubblica americana. Gli agenti vennero incriminati, furono tutti assolti. Dopo la sentenza si scatenò la rivolta di Los Angeles. Gunnar assiste all’assoluzione dei poliziotti:

“Non mi ero mai sentito più inutile in vita mia. Guardai fuori dalla finestra e vidi la proprietaria di un negozio scrivere: “proprietà nera” sul suo salone di bellezza. Avrei voluto cavarmi fuori il cuore e dirle di fare la stessa cosa con quello: certificare la mia identità. Sentii andare in pezzi la mia crisalide di pacifista negro e un’ira nuova di zecca cominciò a provare le sue ali”



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